Festa dell’unità nazionale – Giornata delle forze armate


4 NOVEMBRE FESTA FORZE ARMATE 4 NOVEMBRE FESTA FORZE ARMATE 4 NOVEMBRE FESTA FORZE ARMATE

Autorità militari, civili e religiose,

         Associazioni combattenti e d’armi,

         Rappresentanti della Scuola, studenti e insegnanti,

         Carissimi concittadini e concittadine,

 

Oggi in tutte le piazze italiane si celebra la Giornata dell’Unità nazionale e la Festa delle Forze Armate.

Due elementi strettamente legati tra loro.

Il 4 novembre 1918 segnò la conclusione della Grande Guerra e fu merito innanzitutto delle Forze Armate, e dell’altissimo costo di vite umane, se il disegno risorgimentale dell’Unità d’Italia fu definitivamente raggiunto.

Unità d’Italia cui quell’immane e doloroso sforzo bellico contribuì in modo determinante, rinsaldando il senso di appartenenza e la coesione nazionale.

Quest’anno il 4 novembre cade nel centenario dall’inizio della prima guerra mondiale.

Un’occasione particolare per non dimenticare i costi enormi di un conflitto, considerato tra i più sanguinosi della storia umana.

Ci sono stime che, includendo le drammatiche conseguenze della miseria e delle malattie, contano fino a 26 milioni il numero delle vittime.

Numeri spaventosi che ancora oggi sono un duro monito contro la guerra, come strumento di soluzione dei conflitti.

 Ecco perché oggi il nostro pensiero è rivolto in primo luogo alle vittime di tutte le guerre, condividendo le parole di Papa Francesco che, nelle recenti visite al cimitero austro-ungarico di Fogliano e al sacrario di Redipuglia, ha parlato della follia della guerra, perché il suo piano di sviluppo è unicamente la distruzione.

Parole che hanno richiamato l’attenzione sulla preoccupante attualità dei troppi conflitti tuttora in corso nel mondo, definiti significativamente come una “Terza guerra mondiale combattuta a pezzi”.

 L’Europa ha alle spalle una lunga scia di lotte e divisioni, nel nome di pregiudizi religiosi, di esasperati nazionalismi o della volontà di potenza.

Un lungo capitolo culminato nell’infamia dello sterminio di un intero popolo – la follia della soluzione finale – nel nome di un assurdo e infondato principio di discriminazione razziale.

Fu il disastroso punto di arrivo del fallimento di una politica fatta senza e contro il popolo.

Così è stato nell’ideale ottocentesco e liberale di tenere ai margini delle istituzioni e del quadro statuale le masse popolari, il cui esito finale è stato quello che molti hanno chiamato il grande macello del 1914-1918.

E così è avvenuto nel secondo, ancor più cruento, conflitto mondiale, con le atrocità dei regimi totalitari.

Oggi, per fortuna, i nostri confini non sono più minacciati e i popoli europei hanno imparato a convivere in pace, condividendo confini, moneta e commerci.

Lo stesso inno dell’Unione Europea non parla di vittorie e conquiste, ma è un inno alla gioia, scelto significativamente come segno di una comune volontà di voltare pagina, di costruire un futuro di convivenza pacifica e di prosperità.

Ma occorre prestare attenzione, energie e impegno straordinari, alle nuove sfide del tempo presente, sia sul piano nazionale che su quello internazionale.

La crisi globale economica e finanziaria in corso da anni, è fattore di moltiplicazione delle disuguaglianze e terreno pericoloso di coltura di nuove distanze, divisioni e tensioni sociali.

È compito della politica governare il fronte rischioso di queste inequità, costruendo spazi e percorsi di giustizia, ossia una delle basi fondamentali su cui si regge il sentimento di appartenenza nazionale, al riparo da chiusure di carattere etnico e xenofobo.

Da più parti si dice che il nostro futuro non sta in ciò che rimane dello Stato nazionale, la cui riproposizione ostinata ha portato agli esiti tragici del Novecento, ma nelle organizzazioni sovrastatali, federali.

È tempo, dunque, che l’Europa sappia parlare non solo il linguaggio della moneta e della tenuta dei conti pubblici, per darsi un’unione compiutamente politica e federale, in grado di rispondere ai banchi di prova di un mondo sempre più globale e, nello stesso tempo, di non essere sorda alle nuove spinte disgregative e autonomiste

Se non si vuole che il sogno dell’Europa unita sia travolto dai vari richiami indipendentisti, a nulla serve un’anacronistica, ormai, riproposizione del vecchio Stato nei propri sacri confini, né un assetto centralistico, burocratico e tecnocratico dell’Unione.

Se i territori sono i nodi fondamentali della rete economica e sociale, di cui il nostro Paese fa parte, allora vanno ascoltati e autonomia, responsabilità, sussidiarietà e sviluppo federale sia all’interno di ciascuna comunità nazionale che nell’Ue, sono le strade da percorrere.

Compresa una strategia estera solida e autonoma, con strumenti e istituzioni meno fragili, definite attorno ad una concezione più moderna e unitaria della difesa.

Se da quasi 70 anni l’Italia vive in pace, non per questo si è venuto esaurendo il ruolo delle nostre Forze Armate.

Perciò oggi rivolgiamo un pensiero di gratitudine ai tanti militari italiani impegnati in questi anni nei vari teatri di crisi, nell’ambito delle missioni internazionali, e principalmente a tutti coloro che vi hanno perso la vita.

Una presenza stabilizzatrice accanto a ogni possibile forma di assistenza civile ed economica – come ha ricordato il Capo dello Stato – che è un tassello importante della credibilità del nostro Paese sulla scena internazionale.

Parallelamente, entro i confini nazionali, il nostro grazie va alla Marina Militare, alla Guardia Costiera, alla Guardia di Finanza e alle Forze di Polizia, che stanno garantendo ogni sforzo in quella nuova “prima linea” che è l’isola di Lampedusa.

Un impegno nell’ambito della missione “Mare Nostrum”, volto a evitare il ripetersi di tragedie che feriscono innanzitutto il rispetto della vita e della dignità della persona umana.

Un esempio di come, pur nei limiti di ogni difficoltà e in un quadro di grave complessità internazionale, l’Europa intera dovrebbe trovare le proprie radici prioritariamente in un comune sentimento di umanità e solidarietà.

Il 4 Novembre, dunque, sia per tutti questa grande lezione civile, perché il passato non cambia: possiamo solamente dimenticarlo o ricordarlo.

 Viva il 4 Novembre, viva l’Italia, viva l’Europa.

 

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