25 APRILE 2018 FESTA DELLA LIBERAZIONE


La Festa nazionale che oggi celebriamo anche a Ferrara cade quest’anno in una serie di ricorrenze, che rendono il 25 Aprile 2018 ancor più denso di significati.

 Il 1938 infatti è l’anno in cui in Italia entrarono in vigore le leggi razziali.

 Il 18 settembre di quello stesso anno il Duce pronunciò a Trieste un discorso nel quale disse: “… occorre una chiara severa coscienza razziale che stabilisca non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime”.

L’immane devastazione – materiale e spirituale – che travolse dopo pochi anni il mondo intero, e mise l’Italia in ginocchio, era già contenuta in quelle parole.

Compresa la follia criminale della Shoah, che significa, appunto, catastrofe.

Neppure 10 anni dopo, il 1° gennaio 1948, entrò in vigore la Costituzione italiana, che a quelle parole vergognose e indegne di un paese civile sostituiva il capolavoro dell’articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

 Il 25 Aprile è dunque la giornata in cui ricordiamo la Liberazione dell’Italia prima di tutto dalle parole dell’odio e della ignoranza che prima o poi esigono un tributo di sangue e di miseria.

Oggi, però, non celebriamo solo un rituale richiamo al passato, ma la consapevolezza di unico un filo che lega insieme Resistenza, libertà, unità nazionale repubblicana e democrazia.  Un tessuto complessivo allargato fino ai confini europei, che per la prima volta sono visti non come un campo di battaglia, ma di pace.

 Siamo qui, davanti alla Torre della Vittoria e a pochi passi dal muretto del Castello Estense; due luoghi che ancora oggi ci raccontano il prezzo elevatissimo pagato da chi volle essere Resistenza, ovvero pronunciò parole di speranza di pace e democrazia dopo gli anni della paura e dell’odio.

Eppure, in questi mesi non sono pochi gli episodi che indicano un persistente richiamo al fascismo: l’irruzione in un centro di accoglienza per migranti a Como (novembre 2017), il saluto fascista di un calciatore sul campo da gioco a Marzabotto, con la maglia della Repubblica di Salò (novembre 2017), il blitz di Forza Nuova sotto la sede di Repubblica (dicembre 2017) e negli studi della Tv La7 (febbraio 2018) e lo stesso mese la sparatoria sui migranti a Macerata e storia eguale di intollerante violenza, il pestaggio di un leader di Forza Nuova a Palermo.

Non si sa se il sintomo più grave sia il ripetersi di questi episodi, o i commenti e le analisi faziose che sono seguiti.

Ha fatto bene il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, durante la recente Giornata della Memoria, ad affermare che volontà di dominio e di conquista, esaltazione della violenza, sopraffazione e autoritarismo, supremazia razziale e intervento in guerra, “furono le diverse facce dello stesso prisma”.

Ecco perché i numerosi e preoccupanti focolai di odio, intolleranza, di razzismo e antisemitismo che riemergono nella nostra società, come in altre, non vanno accreditati di un peso maggiore di quello che hanno, “ma sarebbe un errore capitale minimizzarne la pericolosità”.

Non si tratta di una verità di parte da imporre, perché la nuova identità nazionale che nasce dalla Resistenza e dal 25 aprile, si fonda sulla libertà come valore fondamentale contro ogni imposizione. Il fascismo non è stato un semplice incidente della storia nazionale, solo un regime autoritario contro il popolo, perché ha avuto un ampio, diffuso, radicato consenso nel paese.

Se nel 1931 solo 15 professori universitari su centinaia rifiutarono di aderire all’obbligo di giurare fedeltà al fascismo, si ha la misura di un conformismo certamente figlio della paura, ma anche del consenso che si è mantenuto fino alla conclusione degli anni Trenta.

D’altra parte, anche il recente Giorno del Ricordo ci ha chiamato a tenere gli occhi ben aperti sui crimini compiuti nell’atroce genocidio delle foibe e del confine orientale, facendo luce rispetto a una concezione proprietaria della Lotta di Liberazione.

Ma c’è un discrimine fondamentale che impedisce storicamente di riconoscere che ci siano state due parti giuste, anche se questo non può ammettere, né giustificare, alcuna pretesa del sangue dei vinti.

Mentre oggi si può liberamente rivendicare la propria appartenenza e scrivere e sostenere i meriti del fascismo, chi avesse detto e scritto il contrario in quegli anni, sarebbe finito in carcere o assassinato. Come successe nelle nostre terre a don Giovanni Minzoni e a Giacomo Matteotti.

I rapidi e incalzanti cambiamenti, una globalizzazione lontana dal rivelarsi un nuovo orizzonte di benessere per tutti, ondate migratorie dalle proporzioni finora sconosciute e la paura di un futuro incerto, sono fra i motivi del riaffiorare di conflitti, di nuove parole d’ordine, di tentazioni semplificatrici, in un tempo di complessità dal difficile e incerto governo.

C’è la sensazione di un punto di svolta, nel quale la democrazia sembra cessare di essere il modello di riferimento acquisito e condiviso.Di fronte a questo rischio s’impone il dovere di ascoltare la lezione della storia. Il 25 aprile è patrimonio che fonda la nuova identità di tutti gli italiani.

Non si tratta della festa dei vincitori sui vinti, ma di tutti gli italiani, perché c’è chi ha lottato, sofferto ed è morto, affinché tutti fossimo liberi, uguali e in pace.

Per quanto siano ideali non ancora pienamente realizzati e generalizzati, questo è l’orizzonte – di libertà, giustizia e democrazia – che ci consegna la Festa della Liberazione e che continua a chiedere la nostra intelligenza e il nostro impegno, perché questo sia l’orizzonte anche dei nostri figli.  Un orizzonte che deve continuare a correre anche lungo i confini europei.

Abbiamo assistito recentemente a Ferrara al concerto dell’orchestra Euyo, composta di giovani e bravissimi musicisti provenienti da tutti i paesi dell’Unione Europea.          Al termine del concerto, fra gli applausi, tutti quei giovani orchestrali di nazionalità diversa si sono abbracciati.

Fuori da ogni retorica, mi piace pensare che questo sia l’orizzonte verso il quale continuare a camminare: un’Europa della cultura, della conoscenza e delle giovani generazioni, che non si chiude nei propri confini con il filo spinato.

Un messaggio forte, rispetto al passo ancora troppo incerto della politica e di un’Europa ancora troppo prigioniera degli egoismi nazionali.

Il 25 aprile può continuare a parlarci e interrogarci, per essere la base di nuove relazioni. Il suo significato parla la lingua attuale anche di chi come questi ragazzi non l’ha vissuto in prima persona – ormai la grande maggioranza – e il suo valore attualissimo di rispetto per la libertà e dignità della persona, può essere inclusivo anche per chi è arrivato da poco nel nostro paese, portandosi dietro un passato diverso, ma che può risuonare con il nostro. L’alternativa è utilizzare il passato per assolutizzare i conflitti del presente, rendendo impossibile il loro superamento e chiudendo la porta al futuro.

Un’ennesima ricorrenza si affianca a quella odierna, quella che ci ricorda il 16 aprile del 1988, quando fu assassinato dalle Brigate Rosse Roberto Ruffilli. Come Aldo Moro intuì che in un tornante cruciale per le sorti del paese occorresse allargare le basi democratiche, così Roberto Ruffilli fu ucciso – lo scrissero gli stessi brigatisti – perché attorno al suo progetto di riforme istituzionali – in cui centrale era il cittadino come arbitro – aveva saputo ricucire tutto l’arco delle forze politiche, “comprese le opposizioni istituzionali”.

Date di anniversari che ricorrono e che ci ricordano due figure uccise dall’odio, proprio perché hanno difeso con il dialogo libertà e democrazia.

Con loro quindi, viva il 25 aprile, viva la Repubblica, viva l’Italia!